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incesto

Jenny fa la puttanella col patrigno


di Sissy_bella
14.08.2025    |    5.585    |    7 9.7
"Uno sguardo che era, allo stesso tempo, di ringraziamento e di rancore nei miei confronti; o forse è meglio dire uno sguardo in cui si alternavano ora il ringraziamento, ora il rancore..."
Sto con la mia compagna da dieci anni e potrei definire la nostra storia come un’unione forte e capace di resistere a ogni avversità. Quando ci siamo conosciuti, lei aveva appena divorziato da un tipo insulso che era sparito dai radar quasi immediatamente; portava con sé una grande voglia di rinascita e un bel carattere determinato. E una bimbetta di 7 anni. L’avevano chiamata Jennifer (maledetta abitudine di appioppare nomi anglofoni a bambini italiani) ed era un esserino grazioso che allietava la nostra vita di coppia. Eravamo agli inizi e si sa com’è, era sempre tutto fuoco e scintille tra noi. Anche adesso, devo dire, facciamo del buon sesso. Siamo due splendidi cinquantenni, ci teniamo in forma e amiamo scopare quasi ogni giorno; la mia compagna è più fantasiosa in quel campo, io sono più la bestia che carica a testa bassa quando vede la fica ma, comunque, ci integriamo a meraviglia. Non abbiamo grilli per la testa, lei non cerca altri uomini e io non cerco altre donne. Fino a quando…
In questi dieci anni Jennifer è cresciuta, ovviamente. Da bambina sgorbietto è diventata una ragazzina spigolosa, poi l’adolescente scontrosa che contestava tutto e tutti e infine… infine, come se un mago avesse rotto l’incantesimo che la teneva prigioniera, Jenny si è trasformata. Non solo in una bellissima ragazza com’era giusto che fosse, ma in una vera dea tentatrice, in un’Eva che morde e succhia la mela, in una Circe capace di tramutare un uomo in un porco. Da ragazzina goffa e avvolta in orrendi pigiamoni rosa, di colpo era diventata una signorina alta e disinvolta, tutta morbide curve sinuose, che si muoveva per casa come se danzasse una danza erotica. Non era soltanto una presenza fisica, era qualcosa di più: la percepivi nell’aria, l’avvertivi in maniera tangibile anche quando lei non c’era. Lo so, non riesco a spiegarmi, ma certe cose bisogna provarle per capire che esistono. Fatto sta che, dalla sera alla mattina, mi sono ritrovato una ragazza che girava seminuda per casa, che con fare disinvolto si faceva allacciare il vestitino, che appoggiandomi il piede sulla gamba mi chiedeva: “come mi stanno queste calze, papino?”, oppure che, mentre leggevo tranquillo sul divano, lasciava cadere sul tappeto i libri di scuola e si metteva a quattro zampe a raccoglierli. Erano tentativi fatti apposta per provocarmi? Non lo so, ho sempre pensato che lo facesse anche con gli altri, che fosse diventata quella la sua indole. Muoversi, camminare, chinarsi, mangiare: ogni gesto, ogni sua azione era fatta in modo che diventasse un motivo per desiderarla.
E poi, lo sguardo che aveva! Ti fissava con un sorrisetto diabolico che ti metteva l’animo in subbuglio e uno sguardo languido da cerbiatta che doveva aver fatto perdere la testa a chissà quanti maschi, giovani e adulti. Me compreso, purtroppo. Qualcuno o qualcosa doveva aver rotto il guscio che la rinchiudeva, l’uovo si era finalmente schiuso ed era spuntata lei… la nostra, la mia Jenny.
La sua presenza o, peggio ancora, la sua assenza mi procurava delle fitte di piacere incontenibili che la sera scaricavo quasi con violenza sulla mia compagna. Lei gradiva sempre di più questa mia nuova virilità tanto che, tra una scopata e l’altra, mi guardava e mi diceva: “cosa ti succede? Più invecchi, più diventi bravo a fottermi!”
“Zitta e goditi questo mio cazzo tutto per te” le dicevo ma, dentro di me, pensavo a ben altro. Erano pensieri inconfessabili di cui avevo paura ma che si erano attaccati alla mia mente come una colla vischiosa che mi stava facendo impazzire.
Da dopo il covid ho fatto sempre più lavoro da casa mente la mia compagna, per esigenze d’ufficio, doveva garantire ogni giorno la sua presenza. Così ero sempre da solo mentre Jenny era a scuola e avevo cominciato ad aspettare il suo ritorno con un’ansia sempre più crescente: quando rientrava, si metteva la divisa da casa: una canotta scollatissima e dei pantaloncini così stretti che le disegnavano perfettamente le chiappe. Un giorno, vestita a quel modo, entra in salotto e mi fa:
“Papino, oggi il prof ci ha parlato di Baudelaire: hai qualcosa di suo? Mi è venuta voglia di leggerlo…”
Mentre lo diceva si è tirata un po’ giù il labbro con un dito e mi ha lanciato uno dei suoi sguardi torbidi che mi facevano impazzire.
“Baude… sì” ho balbettato mentre la fissavo imbambolato. “Sta lì” e ho indicato un punto della nostra libreria. “I francesi stanno lì, in alto…”
Si è girata mostrandomi tutto il suo fondo schiena da brividi.
“In alto dove?”
Mi sono alzato e in trance sono andato da lei.
“Lì, vedi? Il primo scaffale a destra. Aspetta”.
Ho preso una sedia, l’ho accostata al mobile e l’ho aiutata tenendola per mano.
“Sali, prendilo tu. Io ti tengo…”
Sorridendo, lentamente è montata sulla sedia e si è sollevata ancora un po’ sulle punte. Le sue gambe si sono irrigidite, il suo culo sembrava disegnato col compasso. Io le ho stretto le cosce in un ridicolo tentativo di proteggerla dalle cadute. In realtà il contatto con la sua pelle, tanto agognato, mi ha procurato una scossa che è partita dall’inguine ed è salita come un fulmine al cervello.
“Eccolo” ha detto lei. “I fiori del male…”
Nel prenderlo si è sbilanciata all’indietro ma io la reggevo e, quando si è lasciata andare, tenendola per la vita l’ho tirata giù. Non l’ho lasciata subito, però. Sono rimasto dietro di lei, stretto a lei: con le mani le sfioravo la pancia, quasi dove termina il seno, e col bacino mi appoggiavo al suo fondo schiena. Avevo un’erezione potente che mi procurava un dolore fortissimo.
Lei ha posato il libro sulla sedia ma non ha cercato di liberarsi.
“Che succede, papino?” ha chiesto con voce un po’ roca.
“Perché lo fai” ho detto io ad occhi chiusi. Annusavo il suo collo, i suoi capelli, la schiena. Aveva un odore così forte di ormoni femminili che mi stava facendo impazzire.
“Fare cosa?” la sua voce era sempre più profonda e incerta.
Le mie mani sono salite sotto la canotta a toccarle le tettine. Gliele ho strizzate e lei ha cacciato un mezzo sospiro.
“La puttanella con me” le ho detto.
“La… cosa?”
L’ho girata bruscamente e l’ho guardata a brutto muso.
“Hai sentito bene: ti muovi, parli, giri per casa, mi provochi in continuazione. In poche parole fai la puttanella con me”.
Il suo viso era a pochi centimetri dal mio: vedevo il trucco che si era messa, lo sguardo sensuale con cui mi fissava, la lingua che aveva leggermente tirato fuori. Ho spinto il mio bacino contro il suo: volevo che sentisse in che modo ero ridotto.
“Io… non volevo…” ha sussurrato lei.
L’ho sollevata e ho messo le sue gambe intorno ai miei fianchi.
“Adesso ti faccio vedere quello che succede se fai la puttanella con un uomo”.
L’ho portata in camera da letto senza che lei reagisse e l’ho buttata sul lettone. Le ho tolto i pantaloncini e le mutandine, la canottiera no. Mi sono spogliato completamente e, in un nanosecondo, ero sopra di lei, in ginocchio a gambe larghe vicino al suo viso.
“Lo vedi che succede?” le ho detto sventolandole il cazzo davanti agli occhi.
“Sì… lo vedo…”
“E poi è questo, quello che succede…”
Le ho aperto la bocca e gliel’ho ficcato bene dentro. Ho cominciato a scopargliela con furia.
Jenny singhiozzava, rantolava, provava a tossire ma non ci riusciva, però io non smettevo. Non so che cosa mi fosse preso, non ero più in me: se ci ripenso adesso, se mi vedo con occhi critici, non posso che provare ribrezzo per quello che le ho fatto. Ma allora, in quel momento, la bestia che avevo rinchiusa dentro era balzata pericolosamente allo scoperto.
Gliel’ho tirato fuori per farla respirare, ma non volevo darle tregua: gliel’ho subito rimesso in bocca e di nuovo su e giù per quella cavità, fino a raggiungerle la gola. Jenny mi stringeva il sedere con le mani e sussultava ad ogni colpo.
“Lo vedi che succede? Lo vedi?” ripetevo, ossessionato.
Di colpo gliel’ho tirato fuori, l’ho girata a pancia in giù; le ho sollevato il culo e ho puntato dritto alla sua fichetta. Era meravigliosa: tutta lucida e pulita, ho leccato le mie dita e, con quelle, gliel’ho massaggiata ben bene.
“Te l’hanno già fatta, vero?” le ho chiesto.
“S…sì” ha mormorato lei.
“Bene. Meglio così”.
Senza troppi riguardi le ho appoggiato il cazzo e ho spinto.
“Lo vedi che succede quando fai la puttanella con un uomo? Succede questo, succede!” e affondavo colpo su colpo e lei rimbalzava sul letto. Le tenevo ferma la testa con le mani, ogni tanto le davo uno schiaffetto oppure le mettevo le quattro dita in bocca. Intanto la scopavo con una furia che non credevo di avere: scopavo la figlia della mia compagna come se non avessi un domani, come se quello fosse l’ultimo giorno, l’ultimo istante della mia vita.
“Ti scopo meglio di quello che ti ha sverginato, vero?” le dicevo. “Dillo che ti scopo meglio!”
E lei, tra un gemito e l’altro, ha risposto:
“Oh dio, sì!”
Sempre più infoiato l’ho stantuffata per moltissimo tempo: la vedevo e la sentivo godere di continuo ma io non volevo venire. Quel tempo dilatato doveva durare all’infinito perché sapevo che poi, dopo di quello, non avremmo avuto un domani.
L’ho girata di nuovo, le ho schiaffeggiato le tettine con la punta del cazzo. Allora mi è venuto in mente una specie di gioco. Le passavo il cazzo su ogni parte del corpo e ogni volta le dicevo:
“Queste tette sono mie.
Questa gola è mia.
Queste labbra sono mie.
Questo naso è mio.
Quest’orecchio è mio.
Questi occhi sono miei”.
E via con ogni singola parte del corpo: i piedi, le cosce, l’ombelico, il culo. Jenny rabbrividiva ad ogni contatto col mio membro, poi però se l’è preso in mano e lo muoveva lei come un pantografo che stesse disegnando il suo corpo, linea per linea, curva su curva. Le stavo battezzando tutto il corpo, ad ogni sua parte davo un nome e poi la possedevo. Una volta ritornato alla bocca se l’è di nuovo ingoiato e ha ripreso a succhiarlo.
“Brava” le dicevo io, “brava la mia puttanella”.
Mi è partito di nuovo un embolo e l’ho scopata in fica selvaggiamente, senza delicatezza, senza riguardi. Come un lupo e la sua femmina: non importava l’età, l’affinità di parentela che in qualche modo ci legava, le convenzioni sociali che mi dicevano di fermarmi. Ero un uomo e lei la mia donna, anche solo per quello spazio di tempo che, purtroppo, non poteva essere infinito.
Ogni colpo un grido, ogni grido uno schiaffetto, ogni schiaffo lei che mi guardava e m’insultava. Mi diceva “sei un porco, papino” ma poi mi avvolgeva bene il cazzo con la sua fichetta e me lo mungeva.
E quando alla fine ho sentito che stavo per venire, l’ho tolto dalla sua fica e gliel’ho avvicinato al viso.
“Hai visto quello che succede a fare la puttanella con gli uomini? Alla fine succede questo”.
E guardandola negli occhi le ho riversato addosso tutto il mio sperma, una serie di schizzi che le hanno inondato i capelli, il viso, la gola, il seno. E Jenny mi guardava. Con quello sguardo che non dimenticherò mai. Uno sguardo che era, allo stesso tempo, di ringraziamento e di rancore nei miei confronti; o forse è meglio dire uno sguardo in cui si alternavano ora il ringraziamento, ora il rancore.
E io ero sopra di lei che le sbrodolavo tutto il mio essere addosso: le stavo consegnando tutto di me, ogni cosa di me in quel fiotto di sperma.
Mi sono accasciato sul letto, ma lontano da lei. Distante da Jenny.
“E adesso vatti a lavare” le ho detto. “Non vorrai che tua madre ti trovi così?”
Prima che se ne andasse, però le ho ripetuto per l’ennesima volta: “Ricordatelo, in futuro, quello che succede a una ragazza quando fa la puttanella con gli uomini”.
Jenny è venuta verso di me, mi ha baciato sulla testa, mi ha accarezzato la spalla.
“Me lo ricorderò, papino” mi ha detto. “Eccome se me lo ricorderò…”




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